https://youtu.be/C_70PvyvXmk

Il progetto di sensibilizzazione dell’associazione Frida per le donne

In occasione della Giornata Mondiale contro la violenza, l’Associazione Frida che opera da anni a sostegno delle donne vittime di violenza e contro la violenza di genere dà il via ad una campagna di sensibilizzazione che vede come protagonista l’amore dal titolo “In amore scegli tu”.
La campagna lancia un video realizzato da Frida che vede il coinvolgimento degli alunni di un istituto comprensivo interrogati sul significato dell’amore vero e come questo possa diventare malato nel mondo degli adulti, contrapponendo amore e violenza.
All’interno del video si ascolteranno bambini e adulti confrontarsi sul significato dell’amore e della violenza e la testimonianza diretta di una vittima di violenza a carico del Cav.
Il progetto è in collaborazione con Rtc quarta rete, Istituto Comprensivo Carducci Trezza, IIS Della Corte Vanvitelli, Associazione amici della terza età-Antico Borgo.

Frida è un’associazione di promozione sociale nata nel 2009 a Cava de’ Tirreni (SA) dall’impegno di un gruppo di donne, che, prendendo in prestito il nome dell’artista messicana Frida Khalo, icona di coraggio, ribellione, indipendenza e affermazione e sulla scia di esperienze personali e professionali, provano a realizzare uno spazio di accoglienza per donne e minori vittime di violenza di genere.

Si chiude il cerchio del percorso di assistenza e supporto delle donne vittime di violenza, anche il collocamento in una struttura ora è una risposta possibile. Il benvenuto e l’augurio alla cooperativa che gestisce la nuova casa Rifugio Luna Diamante in favore di chi subisce atti di violenza.

Il Centro Anti Violenza di Cava de’Tirreni oggi risponde anche al collocamento in una struttura protetta Luna Diamante.

La voglia di cambiare la propria vita e di reagire nasce da un lungo percorso di auto consapevolezza ed empowerment di tutti gli stakeholders sociali. Il progetto individualizzato, pensato e sviluppato tenendo conto di ogni singola esigenza dell’utente e dei suoi figli, prevede la presa in carico globale dell’utente al fine di supportarla a diventare autonoma ed indipendente. Da oggi Jessy ha accettato di seguire un percorso che la porterà verso un futuro solido e potrà così finalmente costruire una professionalità e acquisire nuove competenze per poi inserirsi nel mondo del lavoro.

Progetto Individualizzato dell’Associazione Frida per l’inserimento lavorativo di una utente del Centro Anti Violenza della città di Cava de’Tirreni (Sa)

La situazione di oggi sul territorio regionale campano rispetto, alle azioni di presa in carico delle donne che chiedono aiuto ai Centri Anti Violenza descritta dal Presidente dell’ Associazione Frida, la dottoressa Ilaria Sorrentino. Grazie al volontariato delle operatrici dell’associazione Frida, racconta la Presidente, la nostra operatività resta inalterata rispetto al contesto, raccogliamo infatti anche donne che provengono da zone extra comunali e anche fuori provincia. Le progettazioni sono continue ma i fondi regionali sono sempre a singhiozzo, questa è la realtà. Nonostante l’eco sociale e la sensibilizzazione generale c’è ancora molto da fare per rendere effettivo un supporto tempestivo ed efficace che possa mettere in sicurezza e tutelare tutte le donne e i minori implicati coinvolti nelle tristi vicende di violenza che purtroppo persistono.

Nel lockdown abbiamo scoperto che cos’è la tecnologia, un grande mezzo che ci ha permesso di essere in contatto a distanza, di fare videochiamate con i nostri cari e con i nostri amici. Ma come nel passato ogni mezzo può essere buono o cattivo a seconda di come viene usato e soprattutto a seconda di chi lo usa. In tempi recenti si sente parlare sempre più spesso di Stalking parola inglese come Ghosting altra parola inglese. Lo stalker è una persona, uomo o donna, di qualunque età che metta in atto comportamenti persecutori nei confronti di una seconda persona, alla quale sia stato legato o meno da una relazione affettiva o professionale, e che abbia fatto parte o meno del nucleo familiare per un certo periodo di tempo. È qualcuno che ti perseguita con telefonate, con appostamenti,con messaggi a tutte le ore e con lo sviluppo della nuova tecnologia questo fenomeno si è diffuso profondamente soprattutto sulle messaggistiche di nuova generazione come WhatsApp, Telegram, Facebook e Instagram.
Sono tantissime le denunce delle donne e degli uomini vittime di stalking che può nascere nelle situazioni più diverse.
Difendersi dallo stalker è una questione di sopravvivenza perché la vita della vittima viene fortemente compromessa dalla persecuzione dello stalker che con i suoi atti persecutori genera nella vittima paura e ansia.
La consapevolezza di essere esposti a un rischio è essenziale per reagire fin dall’inizio in modo adeguato e cercare aiuto.
Bisogna essere estremamente chiari rispetto ai propri sentimenti nei confronti dello stalker.
Ogni tentennamento rafforza nel persecutore la convinzione di poter raggiungere il proprio scopo.
Bisogna mostrarsi del tutto indifferenti ai comportamenti persecutori, anche quando reagire con rabbia, paura o disperazione sarebbe la reazione più naturale. In base agli studi condotti, l’indifferenza è la migliore strategia per scoraggiare lo stalker dal ripetere comportamenti persecutori.

Perché l’indifferenza funziona?

La tecnica dell’indifferenza è un’arma molto potente ed ha anche fondamenti scientifici basate sulle nuove scoperte delle scienze comportamentali. Burrhus Frederick Skinner(1904-1990) ha sviluppato un metodo scientifico per lo studio del comportamento: l’analisi sperimentale del comportamento e si basa su di un impianto concettuale
denominato Radical Behaviorism (Comportamentismo Radicale). Skinner ha scritto un interessante libro sul “Comportamento Verbale” ed inoltre ha prodotto alcune invenzioni: la camera operante, il registratore
cumulativo, la macchina per insegnare, l’istruzione programmata, l’air crib.


Il principio dell’Estinzione

Prima di parlare dell’estinzione è opportuno spiegare il concetto di rinforzo. Il rinforzo è un processo mediante il quale il comportamento viene rinforzato attraverso una conseguenza che appare immediatamente dopo, e questa conseguenza si chiama rinforzo. Applicato al comportamento dello stalker che cerca di agganciare la vittima attraverso contatti telefonici o con altri mezzi ogni rispota della vittima diventa un rinforzo. Rispondere allo stalker significa aumentare la possibilità che lui lo ricontatti nuovamente. Non importa se la vittima utilizzi parole accondiscendenti o dure e di rimprovero: l’effetto sarà sempre lo stesso ovvero aumentare la frequenza dei comportamenti di avvicinamento del soggetto. E come si annulla questo effetto del rinforzo? Siamo giunti al succo della questione.

Estinzione significa eliminare nel linguaggio comportamentale.

L’estinzione operante è il processo mediante il quale un comportamento
precedentemente rinforzato è indebolito dalla mancata consegna del
rinforzo.
Cioè, mentre precedentemente il comportamento è stato seguito da un
cambiamento ambientale rinforzante, nell’estinzione operante quando la
risposta è emessa non succede nulla.
La frequenza del comportamento diminuisce nel futuro, di solito fino a
tassi simili al livello di base.

L’estinzione è un termine tecnico che deve essere usato solo per
descrivere la procedura di non-rinforzo del comportamento
precedentemente rinforzato.

Cosa accade dopo l’indifferenza?

  1. Uno stalker può presentare uno scoppio (burst) a seguito
    dell’estinzione.
  2. Uno stalker può presentare una variazione topografica ed
    emozionale nelle risposte a seguito dell’estinzione.
  3. L’estinzione può comportare il trattenere uno stimolo
    (comportamento mantenuto da rinforzo positivo) oppure non
    ritirare lo stimolo avversivo (la denuncia alle forze dell’ordine).

Spieghiamo questi termini:

  1. Lo scoppio (brust) Quando un comportamento precedentemente rinforzato non è più rinforzato, il comportamento può immediatamente e temporaneamente aumentare in frequenza, durata e intensità, prima di diminuire. Questo effetto a breve termine è conosciuto come uno picco di estinzione (burst). Significa in altre parole che le sue ricerche, le sue telefonate, i suoi pedinamenti sicuramente aumenteranno. Non temete sarà questione di tempo perché se manterrete l’estinzione, ovvero il non rinforzo e quindi non risponderete. Presto o tardi cesserà il suo comportamento.
  2. La variazione di tografia dello stalking sarà quella di telefonare con altri numeri, avvicinarsi sotto mentite spoglie con profili falsi o far avvicinare a voi altre persone.
  3. Se avete denunciato l’azione di stalking nei vostri confronti con il supporto delle forze dell’ordine e dell’avvocato penalista del Centro Antiviolenza non dovete assolutamente ritirare la denuncia. Questo punto è fondamentale per porre fine allo staliking.

In ultima analisi liberarsi dallo stalker non è impossibile, la tecnica più efficace è quella di mantenere un atteggiamento costantemente , essere sicuri di seguire le procedure dell’estinzione e raggiungere l’obbiettivo: eliminare il problema.

A cura di Sara Colucci (Giornalista) e Maria Antonietta Cerrato (psicoterapeuta)

Congedi per le donne vittime di violenza lavoratrici

Lo sapevate che chi ha subito o subisce violenza domestica ha dei diritti? A volte alcune domande possono sembrare retoriche, ma io non darei tutto per scontato quando si parla di violenza e/o abuso sulle donne. Molto spesso, infatti, la vittima ha la mente “offuscata” dall’effetto della reiterata violenza, principalmente psicologica e non riesce a riconoscersi come “soggetto avente diritto”,  non parlo in termini legali, anche se in concreto di questo si parla, ma mi riferisco alla condizione psicologica in cui una persona non si riconosce come essere umano che in quanto tale deve vivere o cercare di raggiungere un equilibrio di benessere psico-fisico mediamente dignitoso. Questo è il motivo per cui oltre all’intervento dell’assistente sociale e dello psicologo, nel centro anti violenza risulta indispensabile la figura dell’avvocato.

Per questo motivo riporto alcuni articoli del diritto del lavoro molto interessanti, che sono stati appositamente redatti per le donne che necessitano di lavorare, per mandare avanti la famiglia, in presenza di un riconoscimento da parte delle autorità competenti dello stato di “vittima di violenza” . Molto spesso la soluzione migliore sarebbe quella di allontanare la donna dal contesto di violenza ma  si presenta la problematica della frequentazione del posto di lavoro che può essere occasione di aggressioni o continuazione di stalking e minacce: il diritto prevede la possibilità di un trasferimento della sede di lavoro, prevede congedi sia per il pubblico che privato, che possono essere utilizzati durante un allontanamento in una sede segreta. Sonon possibili anche orari e variazioni di turni per agevolare la gestione familiare.

Non mi dilungo nella mia trattazione e riporto di seguito gli articoli che parlano dei diritti delle donne vittime di violenza lavoratrici. Buona lettura!

D.Lgs. 15 giugno 2015, n. 80 (1).


Misure per la conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro, in attuazione dell’articolo 1, commi 8 e 9, della legge 10 dicembre 2014, n. 183.

(1) Pubblicato nella Gazz. Uff. 24 giugno 2015, n. 144, S.O.

 Art. 24. Congedo per le donne vittime di violenza di genere

  1. La dipendente di datore di lavoro pubblicoo privato, con esclusione del lavoro domestico, inserita nei percorsi di protezione relativi alla violenza di genere, debitamente certificati dai servizi sociali del comune di residenza o dai centri antiviolenza o dalle case rifugio di cui all’articolo 5-bis decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, ha il diritto di astenersi dal lavoro per motivi connessi al suddetto percorso di protezione per un periodo massimo di tre mesi.
  1. Le lavoratrici titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativainserite nei percorsi di protezione relativi alla violenza di genere, debitamente certificati dai servizi sociali del Comune di residenza o dai Centri antiviolenza o dalle Case rifugio di cui all’articolo 5-bis, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, hanno diritto alla sospensione del rapporto contrattuale per motivi connessi allo svolgimento del percorso di protezione, per il periodo corrispondente all’astensione, la cui durata non può essere superiore a tre mesi.
  1. Ai fini dell’esercizio del diritto di cui al presente articolo, la lavoratrice, salvo casi di oggettiva impossibilità, è tenuta a preavvisare il datore di lavoro o il committente con un termine di preavviso non inferiore a sette giorni, con l’indicazione dell’inizio e della fine del periodo di congedo e a produrre la certificazione di cui ai commi 1 e 2.
  1. Durante il periodo di congedo, la lavoratrice ha diritto a percepire un’indennità corrispondente all’ultima retribuzione, con riferimento alle voci fisse e continuative del trattamento, e il periodo medesimo è coperto da contribuzione figurativa. L’indennità è corrisposta dal datore di lavoro secondo le modalità previste per la corresponsione dei trattamenti economici di maternità. I datori di lavoro privati, nella denuncia contributiva, detraggono l’importo dell’indennità dall’ammontare dei contributi previdenziali dovuti all’ente previdenziale competente. Per i dipendenti dei predetti datori di lavoro privati, compresi quelli per i quali non è prevista l’assicurazione per le prestazioni di maternità, l’indennità di cui al presente comma è corrisposta con le modalità di cui all’articolo 1 del decreto-legge 30 dicembre 1979, n. 663, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 febbraio 1980, n. 33. Tale periodo è computato ai fini dell’anzianità di servizio a tutti gli effetti, nonché ai fini della maturazione delle ferie, della tredicesima mensilità e del trattamento di fine rapporto.
  1. Il congedo di cui al comma 1 può essere usufruito su base oraria o giornaliera nell’arco temporale di tre anni secondo quanto previsto da successivi accordi collettivi nazionali stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. In caso di mancata regolamentazione, da parte della contrattazione collettiva, delle modalità di fruizione del congedo, la dipendente può scegliere tra la fruizione giornaliera e quella oraria. La fruizione su base oraria è consentita in misura pari alla metà dell’orario medio giornaliero del periodo di paga quadrisettimanale o mensile immediatamente precedente a quello nel corso del quale ha inizio il congedo.
  1. La lavoratrice di cui al comma 1 ha diritto alla trasformazione del rapporto di lavoro a tempo pieno in lavoro a tempo parziale, verticale od orizzontale, ove disponibili in organico. Il rapporto di lavoro a tempo parziale deve essere nuovamente trasformato, a richiesta della lavoratrice, in rapporto di lavoro a tempo pieno.
  1. Restano in ogni caso salve disposizioni più favorevoli previste dalla contrattazione collettiva.


Il CCNL Funzioni centrali 2016/2018

Art. 36, 

  1. La lavoratrice, inserita nei percorsi di protezione relativi alla violenza di genere, debitamente certificati, ai sensi dell’art. 24 del d. lgs. n. 80/2015, ha diritto ad astenersi dal lavoro, per motivi connessi a tali percorsi, per un periodo massimo di congedo di 90 giorni lavorativi, da fruire nell’arco temporale di tre anni, decorrenti dalla data di inizio del percorso di protezione certificato.
  2. Salvo i casi di oggettiva impossibilità, la dipendente che intenda fruire del congedo in parola è tenuta a farne richiesta scritta al datore di lavoro – corredata della certificazione attestante l’inserimento nel percorso di protezione di cui al comma 1 – con un preavviso non inferiore a sette giorni di calendario e con l’indicazione dell’inizio e della fine del relativo periodo.
  3. Il trattamento economico spettante alla lavoratrice è quello previsto per il congedo di maternità, dall’art. 44 del presente contratto.

N.B. INPS Circolare n. 65/2016

Un mese di congedo equivale a 30 giornate di astensione effettiva dal lavoro.

Si precisa che il congedo non è fruibile né indennizzabile nei giorni in cui non vi è obbligo di prestare attività lavorativa quali, ad esempio, giorni festivi non lavorativi, periodi di aspettativa o di sospensione dell’attività lavorativa, pause contrattuali nei rapporti di lavoro a tempo parziale di tipo verticale o misto. Quindi se la lavoratrice, ad esempio, ha un’attività di lavoro su 5 giorni lavorativi, ed indica un periodo di congedo per due settimane continuative dal lunedì della prima settimana al venerdì della seconda, il sabato e la domenica inclusi tra le due settimane non vanno conteggiati né indennizzati a titolo di congedo vittima di violenza di genere.

Per le giornate di congedo la lavoratrice ha diritto a percepire una indennità giornaliera, pari al 100% dell’ultima retribuzione da calcolare prendendo a riferimento le sole voci fisse e continuative della retribuzione stessa.

  1. Il periodo di cui ai commi precedenti è computato ai fini dell’anzianità di servizio a tutti gli effetti, non riduce le ferie ed è utile ai fini della tredicesima mensilità.
  1. La lavoratrice può scegliere di fruire del congedo su base oraria o giornaliera nell’ambito dell’arco temporale di cui al comma 1. La fruizione su base oraria avviene in misura pari alla metà dell’orario medio giornaliero del mese immediatamente precedente a quello in cui ha inizio il congedo.
  1. La dipendente ha diritto alla trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale, secondo quanto previsto dall’art. 58 del presente contratto. Il rapporto a tempo parziale è nuovamente trasformato in rapporto di lavoro a tempo pieno, a richiesta della lavoratrice.
  1. La dipendente vittima di violenza di genere inserita in specifici percorsi di protezione di cui al comma 1, può presentare domanda di trasferimento ad altra amministrazione pubblica ubicata in un comune diverso da quello di residenza, previa comunicazione all’amministrazione di appartenenza. Entro quindici giorni dalla suddetta comunicazione l’amministrazione di appartenenza dispone il trasferimento presso l’amministrazione indicata dalla dipendente, ove vi siano posti vacanti corrispondenti alla sua area o categoria.
  1. I congedi di cui al presente comma possono essere cumulati con l’aspettativa per motivi personali e familiari di cui all’art. 40 per un periodo di ulteriori trenta giorni. Le amministrazioni, ove non ostino specifiche esigenze di servizio, agevolano la concessione dell’aspettativa, anche in deroga alle previsioni dell’art. 43, comma 1 (Norme comuni sulle aspettative).

Commento dello psicologo

 

La rabbia, come la paura, è un’emozione molto importante che si presenta quando si percepisce che vengono oltrepassati i propri confini. Ci sono molte ragioni per cui si potrebbe sentire la rabbia: per esempio, se ci si sente minacciate da qualcosa di dannoso, se i propri diritti non sono rispettati o se si prova una grave ingiustizia. La rabbia è un’emozione potente che può portare ad azioni positive, ma che può anche mettere a rischio. Una volta che il concetto di confini personali è diventato più chiaro, dopo il percorso di supporto psicologico, le donne possono iniziare a lavorare sul raggiungimento di confini sani. Seguendo queste fasi:

  • far valere i propri diritti;
  • aumentare l’autostima;
  • essere in contatto con i propri sentimenti e bisogni;
  • decidere dove fissare dei confini sulla base dei diritti e dei bisogni;
  • sviluppare delle tecniche di assertività per riuscire a mantenere i confini;
  • comprendere le proprie modalità di controllare gli eventi e imparare a lasciarsi andare;
  • sviluppare relazioni mature e paritetiche;
  • sviluppare gradualmente fiducia in se stesse e negli altri.

E’ importante considerare l’idea che a volte può essere necessario pagare un prezzo per fissare dei confini chiari. E’ necessario valutare le conseguenze di alcune decisioni scegliendo le battaglie con attenzione.

Lascio di seguito la Carta dei Diritti, che le donne del Centro Anti Violenza  Ambito S2 dell’associazione Frida per le donne contro la violenza di genere, con sede in Cava de’Tirreni imparano a tenere sempre in mente durante il percorso di supporto psicologico e nei gruppi di auto e mutuo aiuto.




La mia Carta dei Diritti


Ho il diritto di dire no
Ho il diritto di non essere maltrattata
Ho il diritto di esprimere rabbia
Ho il diritto di cambiare la mia vita
Ho il diritto di essere libera dalla paura
Ho il diritto di chiedere e aspettarmi assistenza dalla polizia e dai servizi sociali.
Ho il diritto di volere un modello migliore di comunicazione con i miei figli
Ho il diritto di far vivere i miei figli in condizioni di sicurezza
Ho il diritto di essere trattata da adulto e con rispetto
Ho il diritto di lasciare l’ambiente violento
Ho il diritto di essere al sicuro
Ho il diritto alla privacy
Ho il diritto di sviluppare i miei talenti e abilità
Ho il diritto di perseguire e ottenere la protezione attraverso la legge
Ho il diritto di guadagnare e di controllare le mie finanze
Ho il diritto di prendere le mie decisioni per la mia vita
Ho il diritto di cambiare idea
Ho il diritto di essere creduta e valorizzata
Ho il diritto di fare errori
Ho il diritto di non essere perfetta
Ho il diritto di amare e di essere ricambiata
Ho il diritto di mettere me stessa al primo posto
Ho il diritto di essere me stessa

Grazie per l’attenzione.
M.A.C. 

Dal Report Triennio (2015-2018) del Centro Anti Violenza dell’ambito S2 gestito dall’Associazione Frida contro la violenza di genere-sede di Cava de’ Tirreni di cui sono la vice presidente nei tre anni di attività svolte sul territorio cavese ha preso in carico 72 donne, ma ha risposto alle richieste, anche solo telefoniche, di circa 98 donne. In quest’anno siamo a 9 casi solamente e per fortuna.

Viola

Questo articolo nasce dall’ispirazione che mi ha dato una donna che chiamerò Viola, che fa parte del gruppo di auto e mutuo aiuto che conduco presso il Centro Anti Violenza.

Viola è una donna vulcanica diciamo molto espressiva e coinvolgente. Ogni qualvolta nei suoi lunghi discorsi concitati tirava fuori quelle parole americane un po’ strane per il suo background culturale rimanevo colpita dal senso, dal significato che voleva trasmettere con quella terminologia e allora poi basta era quello “no contact” e basta non c’erano altri modi per dire “perché così è dottorè!” e il discorso si chiude.

Viola è una donna con una lunga storia di sofferenza e di manipolazione psicologica che ora dopo diversi anni dalla presa in carico si documenta, chiede aiuto e supporto e cerca nuovi legami per ampliare il suo giro di amicizie.

Margherita

In verità non è stata la prima volta che mi sono trovata nella condizione di scoprire un gergo, sicuramente tecnico, forse sei o sette anni fa, e l’allora adolescente che chiamerò Margherita mi chiese “dottoressa ma io ho la dipendenza affettiva?” ed essendo in terapia ho dovuto indagare per capire cosa intendesse per dipendenza affettiva perché avevo necessità di comprendere in quale nosografia patologica si stesse inquadrando.

L’era digitale

Oggi però, con l’era digitale, attraverso i media, la cultura è alla portata di mano, si ascolta qualsiasi notizia, opinione, documentario, servizio televisivo di bassa o alta qualità e più che mai oggi, quando una persona ha un problema si autodiagnostica con Google, si associa a delle minoranze, segue correnti culturali in maniera “random” casuale, anzi altro che random! Segue in modo statisticamente determinato dall’intelligenza artificiale dei media. Noi siamo influenzati dal social web marketing in tutto quello che vogliamo conoscere e comprendere, perché, diciamoci la verità, scagli la prima pietra chi non “googola” su internet per capire qualcosa, specie se questa qual cosa è una qual cosa spiacevole e di cui non parla facilmente con altri. Ma chi ci dice che quello che leggiamo, vediamo, ascoltiamo sul web è qualcosa di fondato? Ma poi a parte la fondatezza del dato, che molto spesso viene trascurata: nel campo del disagio personale e della salute mentale, chi è in difficoltà cerca conforto e rispecchiamento. Questo effetto/affetto del trovare una risposta diventa un/il sollievo per una persona, il soggetto in difficoltà passa da un non senso ad una rispondenza di qualcosa.

Ritornando a questi termini, “etichette”, tipicamente americani e molto spesso intraducibili, alla fine devo comprenderli per forza perché i miei pazienti parlano così.

Viola parla di “manipolazione” di “no contact”, Margherita di “dipendenza affettiva” e io comincio a capire che quello che avviene nel luogo della cura reale, tra le quattro mura dove io “vis a vis” in carne ed ossa interagisco con il paziente, non è l’unica terapia attiva su quel paziente, ma si aggiungono teorie altre, tecniche altre, gerghi altri, provenienti da altre persone, influencer, personal trainer, e includerei anche da tutti quelli che si sentono un po’ psicologi senza esserlo.

Nel mondo dello spettacolo

È bene fare un po’ di chiarezza sulla dinamica della dipendenza psicologica. In questo periodo la vicenda più seguita è quella della famosissima showgirl Pamela Prati che da protagonista di un matrimonio da favola si è trasformata in vittima di manipolazioni psicologiche insidiose e devastanti, nel caso della Prati il carnefice probabilmente non è un uomo ma la forza della manipolazione in realtà non ha un genere maschile o femminile certamente ha un fine che è sempre lo stesso: Il controllo totale della vita della vittima.

Ma come avviene questa messa in dipendenza?

La dipendenza affettiva può essere un disturbo di personalità con una caratteristica significativamente stabile nel tempo e si manifesta sin dalla tarda adolescenza attraverso un modello di comportamento che si discosta marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell’individuo, stabile nel tempo e che determina disagio o menomazione. Il comportamento dipendente e sottomesso è finalizzato a suscitare protezione e nasce da una percezione di sé come incapace di funzionare adeguatamente senza l’aiuto degli altri. Un individuo con disturbo di personalità dipendente tende ad essere passivo e permettere agli altri di prendere decisioni per la maggior parte dei settori della propria vita. Gli adulti di questo tipo dipendono da un genitore o dal coniuge, gli adolescenti possono permettere ai propri genitori di decidere cosa indossare, chi frequentare, come trascorrere il tempo libero, che tipo di lavoro intraprendere. Questo tipo di personalità ben si sposa con una relazione con un altro disturbo di personalità che al contrario tende ad essere dominante, a svalutare gli altri e a mancare di empatia nei confronti dei sentimenti e delle emozioni altrui, come quello del narcisista. Un’accoppiata perfetta per soddisfare il bisogno di accudimento di uno e quello di grandezza dell’altro.

Quando si cade nella trappola

Ben diversa è la condizione che si verifica quando una persona mediamente normale incappa in un narcisista o in un sociopatico manipolatore che da una condizione di libertà e di autodeterminazione si ritrova invischiata e imbrigliata in una condizione di sudditanza psicologica e di estrema vulnerabilità.

Affinché si dispieghi una situazione di dipendenza c’è bisogno che sussista uno squilibrio di potere tra due persone e se un manipolatore ha “puntato” una determinata persona può anche mettere in atto strategie lunghe di messa in dipendenza affinché una persona più o meno equilibrata cada in una condizione di dipendenza e sopraffazione.

Nel processo di messa in dipendenza senza ricorso alla violenza, la manipolazione psicologica è lo strumento principale: basta pensare al rapporto genitore-figlio che fisiologicamente decade al momento in cui interviene l’autonomia. Un modo per avere le risorse è creare una situazione di dipendenza attraverso l’induzione della percezione dell’incapacità: praticamente poggiare sull’insicurezza e approfondirla in modo che la persona pensi che le sue competenze siano sostituibili, di poco autentico valore. Basta non riconoscere le capacità della persona, mettere in risalto gli errori commessi, usare la svalutazione appena possibile, perché si possa formare nel tempo la percezione di non essere all’altezza del suo ruolo. Il meccanismo della messa in dipendenza può presentarsi in ogni situazione sociale in cui emerge un conflitto e in cui vi sia un differenziale di potere tra le posizioni (datore di lavoro e impiegato), ma il terreno fertile è l’ambito delle relazioni intime e dei rapporti familiari.

L’antefatto della violenza nel rapporto di coppia è la messa in dipendenza e funzionalizzazione delle risorse del lavoro di cura familiare nel processo.

Il lavoro di cura della donna di casa è l’antagonista principale della cura di sé, dell’autonomia e dell’autodeterminazione perché esso è: fare per gli altri è come fare per sé, attendere il giudizio degli altri per valutare il proprio operato, non riconoscere stanchezza e noia, restringere i propri spazi e bisogni. L’attenzione della donna è focalizzata sul benessere della famiglia e riduce la sensibilità a prendersi cura di sé.

Il Disturbo post-traumatico da stress

Lo studio degli eventi traumatici e delle loro tipologie ha contribuito a fare chiarezza sulla differenza che intercorre tra un trauma naturale, un evento, una catastrofe e i traumi conseguenti alle relazioni affettive. Stiamo parlando del Disturbo post-traumatico da stress (PTSD) osservato da Herman (J. Herman, Trauma and recovery, basic Books, new York, 1992) sugli ostaggi, i prigionieri di guerra e i sopravvissuti dei campi di concentramento e di alcune sette religiose. Il prigioniero presenta sintomi precisi di cui farò brevemente cenno, questi sono: alterazione nella regolazione degli affetti 8disforia, idee suicidarie, autolesionismo), dello stato di coscienza (amnesia, dissociazione, depersonalizzazione e derealizzazione), della percezione di sé (senso di vergogna, colpa, impotenza, paralisi dell’iniziativa, credenza che nessuno possa comprendere, sensazione di essere completamente diversi dagli altri), della percezione dell’abusante (preoccupazione della relazione con l’abusante pensieri di vendetta, attribuzione irrealistica di potere assoluto dell’abusante, idealizzazione o gratitudine paradossale, convinzione di avere con l’abusante una relazione speciale), nei rapporti con gli altri (isolamento e ritiro, ricerca continua di un salvatore, fallimenti ripetuti e incapacità di auto proteggersi)e alterazioni nel sistema dei significati (perdita di fiducia, impotenza, disperazione).

La restrizione di libertà

Una persona vittima di un sequestro o in condizione di restrizione di libertà, può manifestare sentimenti positivi (anche fino all’innamoramento) nei confronti del proprio rapitore/sequestratore (T. Strentz, “the Stockholm syndrome: Law Enforcement Policy and Ego Defences of the Hostage), FBI Law Enforcement Bull., 48,1979, pp.2-12). È una risposta emotiva al trauma, uno stato psicologico nel quale le vittime cominciano a provare un legame emotivo con coloro che abusano di loro e le mantengono in situazioni oppressive (traumatic bond). Molte volte le donne e madri vittime di violenza domestica, infatti, sono convinte di dover stare con il carnefice al fine di proteggere i figli e i parenti dalla violenza e si isola dalla famiglia, dal lavoro e dagli amici.

L’isolamento

L’isolamento è il punto chiave nel metodo di chi abusa. La ricerca su questo tema del legame con l’aguzzino ha mostrato come l’impulso naturale, quando si è in pericolo, è di cercare conforto dalla persona più vicina, anche se questa persona è la stessa fonte della paura. L’abusante è umanizzato, oggetto di cure e di compassione e la vittima adottando il sistema di credenze dell’abusante crede di essere incapace e si auto svaluta normalizzando e accettando il comportamento dell’abusante.

La Walker sostiene che le cause della tolleranza della privazione della libertà e della violenza (L. Walker, “The battered Woman Syndrome is a Psychological Conseguence of Abuse” in Current Controversies on Familt Violence, Sage, thousand Oaks, 1994) sono rintracciabili nella persistenza della speranza che il partner cambi, nelle dipendenza economica, nella paura di rimanere da sola, nella paura delle minacce, perdita di autostima e depressione.

La tattica del lavaggio del cervello (brainwashing)

Anche il brainwashing è stato studiato nelle condizioni traumatiche della guerra e precisamente sui prigionieri di guerra americani in Corea, ma anche gli studi sul mobbing lavorativo e delle sette religiose portano alle stesse conclusioni: per controllare una vittima e tenerla alla restrizione e all’isolamento il contollo fisico non è mai realizzabile senza la collaborazione del prigioniero. Affinché il prigioniero collabori si applica l’abuso psicologico per paralizzare la vittima la si priva della sua autostima, della capacità di pensare razionalmente della fiducia in se stessa e dell’autonomia e indipendenza con isolamento, la monopolizzazione dell’esperienza, l’induzione all’esaurimento intensificando gli stressor, attacchi improvvisi e imprevedibili, con minacce occasionali indulgenze per formare motivazione positiva alla conformità delle regole dimostrazione di onnipotenza e onniscienza, degradazione e svilimento, esecuzione di compiti banali (Biderman’s Chart, A. Biderman, “Comunist Attempts to Elicit False Confession from Air Force Prisoners of War”, Bulletin of New York Academy of Medicine, September, 1957). L’abuso è perpetrato per una precisa modalità: mantenere potere e controllo.

Una forma specifica del processo del lavaggio del cervello: la manipolazione (gaslighting)

Con un comportamento altamente manipolatorio messo in atto da una persona abusante la vittima finisce di dubitare di sé stessa e dei suoi giudizi di realtà, comincia ad andare in confusione e crede di stare impazzendo. Il termine deriva da un’opera teatrale del 1938 Gaslight (inizialmente nota come Angel Street negli Stati Uniti), e dagli adattamenti cinematografici del 1940 e 1944 (conosciuto in Italia come Angoscia) un marito che cerca di portare la moglie alla pazzia manipolando piccoli elementi dell’ambiente, e insistendo che la moglie si sbaglia o si ricorda male quando nota questi cambiamenti, in Angoscia Ingrid a Bergman si documentò approfonditamente; andò in un istituto di igiene mentale e studiò a lungo una paziente, per carpire ogni singola espressione del viso e degli occhi in particolare.

Martha Stout (M.Stout, The Sociophatic next Door: The Ruthless versus the Rest of Us, Random Hause, new York, 2005) afferma che i sociopatici utilizzano spesso queste tattiche di gaslighting e sono spesso convincenti e bugiardi che negano costantemente il loro comportamenti illeciti o penalmente rilevanti, accusa il partner di aver fatto qualcosa di sbagliato. La vittima inizialmente non crede a quello che sta accadendo, poi comincia a difendersi con rabbia e a sostenere la sua posizione, poi si convince che il manipolatore ha ragione e cade in depressione.

L’effetto della Violenza Psicologica

Dai casi affrontati molto spesso la vittima di questo tipo di violenza, nelle sue narrazioni finisce col non essere più in grado di definire tutti gli aspetti di questa violenza, dall’analisi delle storie può anche venir fuori una violenza solo percepita e non reale, o un malessere psichico, originato altrove, che ha alterato i fatti della realtà. È possibile che accada ma sono casi molto limitati, in genere succede l’inverso: dalla violenza tollerata si passa a gravi disturbi psichici, per i quali poi si perde la possibilità della vittima di ricostruire i nessi eziologici del suo malessere con la violenza subita.

Il trattamento di una vittima di violenza consiste nella riparazione dei danni provocati da un evento esterno anche se una malattia psichica si evidenzia come conseguenza della violenza, questa è strettamente connessa alla vicenda traumatica. Il trattamento è incentrato prevalentemente sul trauma sul riconoscimento e la ricostruzione della storia, sulle conseguenze in termini di riduzione delle risorse personali e di peggioramento della qualità di vita. Gli obiettivi della riparazione sociale 8il sostegno alla vittima9, della riparazione giudiziaria (accertamento dei fatti e risarcimento sociale ed economico), sono gli stessi della riparazione psicologica e quindi la reintegrazione della vittima nel possesso delle sue piene capacità contrattuali, relazionali ed emozionali.

M. A. Cerrato

Il Centro Anti Violenza dell’Ambito S2 sede di Cava de’ Tirreni gestito dall’Associazione “Frida contro la violenza di genere” nell’ambito del progetto “Donne in rete contro la violenza” nei tre anni di attività svolte sul territorio cavese ha preso in carico 72 donne, ma ha risposto alle richieste, anche solo telefoniche, di circa 98 donne.

Richieste accolte nel triennio 2015/2018

Nello specifico sono state accolte 21 donne nell’anno 2016, 20 donne nell’anno 2017 e 57 donne nell’anno 2018, anno in cui 31 sono state le prese in carico e 26 hanno telefonato al Cav per richiedere informazioni senza presentarsi all’appuntamento fissato.

Prese in carico nel triennio

Identikit delle utenti prese in carico:

 64 italiane (89%) e 8 straniere (11%)
 43 coniugate (60%) 18 nubili (25%) , 8 separate (11%), 3 vedove (4%)

Fasce d’età

La fasciata d’età che sembra essere più colpita si colloca tra i 30-39 anni d’età con il 39%( 28 donne), seguono le donne tra i 40-49 anni circa il 26% ( 19 donne), 15 donne (21%) hanno un età compresa tra i 50-59 anni, 7 donne (9,7%) hanno tra i 20-29 anni e solamente 3 donne (4%) hanno un età superiore ai 60 anni.

Età delle donne che hanno avuto accesso al CAV Ambito S2- triennio 2015/2018

Il livello d’ istruzione delle vittime

Il livello d’ istruzione delle vittime è definibile medio basso;

 Il 41,5% ha concluso le scuole medie superiori (30 donne)
 Il 41.5% ha conseguito la licenzia media (30 donne)
 L’ 11% delle donne è laureata ( 8 donne)
 E il 4% ha una licenza elementare ( 3 donne)
Solo per una sola utente non è stato possibile rilevare questo dato.

livello d’ istruzione delle donne affluite al CAV nel triennio

La condizione lavorativa delle donne vittime

Il dato più rilevante riguarda la condizione lavorativa delle donne vittime, che risulta essere uno degli ostacoli più difficile da superare nel percorso di fuoriuscita dalla violenza, condizionando spesso le scelte delle utenti soprattutto con figli minorenni.
 23 non occupate ( 32%)
 22 lavoro saltuario (30.5%)
 18 occupate (25%)
 6 casalinghe (8%)

 1 pensionata (1%)

Solo per due utenti non è stato possibile rilevare questo dato.

Livello di indipendenza economica delle donne che hanno avuto accesso al CAV nel triennio 2015/2018

 

L’accesso al CAV

L’accesso al CAV è stato per lo più diretto, avvenendo per iniziativa spontanea e/o accompagnamento con funzione di sostegno da parte di persone amiche o familiari di fiducia, o ancora attraverso il numero verde 1522 ;

il 10% degli accessi si è verificato a seguito di segnalazione/invio da parte delle Forze dell’Ordine insistenti sul territorio (Tenenza dei Carabinieri di Cava de’ Tirreni) con le quali è da tempo instaurata una proficua collaborazione;

il 9.7% degli accessi è avvento a seguito si segnalazione da parte del servizio sociale professionale;

il 7% è giunta su segnalazione del Consultorio o del Pronto Soccorso; in altrettanti casi a contattare il CAV sono stati parenti o amici.

Modalità di accesso al CAV

Identikit della dimensione della violenza

Le violenze maggiormente riferite riguardano la violenza psicologica (95.8%), una forma subdola di maltrattamento, in quanto invisibile e silenziosa, che colpisce moltissime donne, spesso inconsapevoli di esserne vittime. Al pari di quella fisica, la violenza psicologica ha conseguenze devastanti per le donne, ma troppo spesso viene sottovalutata, ecco perché è fondamentale riconoscerla e trovare la forza e il modo di uscirne.

La violenza psicologica

La violenza psicologica si inizia a manifestarsi prima con delle critiche generali e poi prende la forma del predominio nel discorso, del mettere a tacere ogni risposta, del rendere la vittima incapace di sostenere le sue ragioni. Il carnefice, in questo modo sta logorando la sicurezza della vittima, sta facendo in modo da convincerla di essere “incapace” “stupida” “sbagliata” sta cercando di crearle dei sensi di colpa e di renderla inoffensiva sul piano della relazione. Dalla critica generale poi si passa facilmente al vero e proprio disprezzo.

La violenza fisica

Circa il 72% delle donne hanno riferito di essere vittime di violenza fisica intesa come percosse con o senza oggetti , strattonamenti violenti, ecc;
Il 30% delle donne ha riferito di essere vittima di violenza economica, ancora oggi troppo sottovalutata.

Questo tipo di violenza viene attuata attraverso fenomeni che limitano l’autonomia economica e l’autodeterminazione delle donne: la frammentazione del lavoro, la disoccupazione forzata, lo sfruttamento, l’impoverimento e il ricatto.
È attuata attraverso il modello patriarcale di divisione del lavoro, che assegna alle donne il lavoro di cura gratuito e non riconosciuto, portandole alla rinuncia o alla limitazione dell’autonomia lavorativa.
Il 20% è vittima di stalking
L’11% delle donne ha riferito di essere vittima di molestie e violenza sessuali

Chiaramente nella maggior parte dei casi la medesima vittima è destinataria di più forme di violenza perpetrate soprattutto nell’ambito familiare.

 

L’autore delle violenze

L’autore delle violenze è quasi sempre una persona con la quale la vittima ha o ha avuto un legane affettivo.

Nel 64% dei casi ad essere violento è il coniuge o l’ex coniuge,

nel 28% dei casi si tratta di un ex partner, partner conviventi o non conviventi.

In altri casi il maltrattante è quasi sempre una persona di famiglia (padre, figlio, ecc.).

La violenza assistita

I figli minori, in quasi tutti i casi assistono alle violenze subite dalla madre.

Sono 72 i minori registrati indirettamente coinvolti. Solo per alcuni le madri hanno richiesto l’intervento delle psicologhe del Cav o beneficiato di un lavoro di supporto alla genitorialità.

Alcuni sono seguiti dal servizio sociale professionale e dal Tribunale per i Minorenni.

Le denunce di violenza

Purtroppo nel 60% dei casi le donne non denunciano le violenze subite.

Soltanto nel 37.5% dei casi le donne hanno sporto denuncia presso le forze dell’ordine.

Pochissime donne si sono rivolte al pronto soccorso per ricevere le adeguate cure mediche e farsi refertare.

Il lavoro dell’equipe del Cav

L’accesso al Centro antiviolenza nella totalità dei casi è motivato dalla necessità di essere ascoltate e di ricevere informazioni.

Nel 100% dei casi le donne hanno ricevuto un contatto diretto con le assistenti sociali, per una prima valutazione del caso, l’individuazione del rischio, la rilevazione dei bisogni e l’avvio del percorso di sostegno.

Nel 47.2% delle volte è richiesta anche la consulenza e/o assistenza psicologica, che sfocia quasi per tutti i casi in un percorso di sostegno a medio-lungo.

Nel 54% dei casi viene richiesta anche una consulenza e/o assistenza legale.

Raramente c’è stata necessità di attivare la rete per la collocazione in struttura protetta: ciò va correlato al fatto che spesso le donne decidono di intraprendere il percorso senza allontanarsi dal nucleo familiare o perché scelgono di farsi supportare dalla rete parentale, rientrando spesso presso la famiglia di origine. In altri casi ancora è stata attivata una misura di allontanamento dell’uomo maltrattante dalla casa coniugale e dalla vittima.
Le professioniste del Cav seguono la vittima durante tutto il percorso da loro affrontato cercando di creare anche momenti di condivisione e riflessione.

Il Gruppo di Auto e Mutuo Aiuto

Nell’anno 2018 è stato avviato il Gruppo di auto mutuo aiuto con l’obbiettivo di mantenere una relazione professionale anche con le donne che hanno già seguito un percorso individuale e che non vivono più uno stato di emergenza, nonché di favorire la relazione amicale con le altre donne che hanno vissuto un esperienza simile.

Le attività del Cav

Le professioniste del Centro antiviolenza hanno nel corso dei tre anni progettato, organizzato e realizzato diverse iniziative di prevenzione, sensibilizzazione e informazione sul tema.
Sono stati realizzati progetti di prevenzione e sensibilizzazione nelle scuole cavesi e tante iniziative di carattere culturale rivolte all’intera cittadinanza, anche grazie al coinvolgimento e alla collaborazione di altre realtà presenti sul territorio cavese.

Cava de’ Tirreni, 18/04/2019                                                                                                                                                                                                                             La Coordinatrice del Cav-S2 Cava de’ Tirreni
Dott.ssa Ilaria Sorrentino

Parte il progetto “Promozione salute e benessere a Cava de’ Tirreni” dal 13 Aprile al 31 Maggio 2019″.

Anche quest’anno l’Associazione Frida sarà presente sul territorio per promuovere i servizi del Centro Anti Violenza.

In Italia il 14% delle donne ha subito nel corso della vita violenza da un partner o ex-partner. L’incidenza della violenza nelle relazioni di intimità ci porta ad ipotizzare che un numero molto
alto di donne che chiedono aiuto possono subire o aver subitomaltrattamento di vario genere. Diventa quindi essenziale, nelle pratiche la rilevazione e della valutazione del rischio (Risk assessment).

L’azione preventiva

Frida contribuirà offrendo lo screening del rischio.

Ci saranno per questo consulenze gratuite sulla tematica della violenza domestica e di genere rivolte alla popolazione del centro ma anche della periferira con postazioni dislocate. Saranno a disposizione della cittadinanza assistenti sociali, psicologi e avvocati della nostra equipe, per illustrare le competenze di pertinenza e forniranno le prime indicazioni dell’intervento di Frida.

Organizzatori

L’Amministrazione comunale in collaborazione con i Servizi Sociali e l’Associazione promotrice dell’iniziativa, “Farma e Benessere” ed a seguito delle adesioni di A.S.L, Metellia Servizi, Cooperativa “Città della Luna”, Protezione civile, Consorzio Farmaceutico Intercomunale, Osservatorio cittadino sull’Handicap, Associazione giovani farmacisti Salerno (AGIFAR) e molteplici aziende, effettuerà sei giornate di screening.

Quando e dove Frida entra in azione

La presenza di Frida in questa importante attività di promozione della salute e del benessere è stata così programmata:

– Sabato 11 Maggio – piazzetta Santa Lucia;

Domenica 19 Maggio – piazza Duomo;

– Sabato 25 Maggio – Piazzetta di Pregiato;

– Venerdì 31 Maggio – Convegno conclusivo presso il Complesso di San Giovanni;

Invitiamo la cittadinanza a partecipare attivamente a questa iniziativa che propone la campagna di prevenzione non solo al centro ma anche sulle frazioni della nostra amata città.

Ringraziamo il Dott. Marco Barone Presidente “Farma e Benessere”.

Ilaria Sorrentino

Presidente Associazione Frida

per le donne contro la violeza di genere

Nel 2019 è nata una nuova attività: “Le passeggiate del benessere” organizzate prevalentemente la domenica mattina. Ogni settimana un nuovo itinerario in base al tempo e alla stagione.

Quanto dura?

La passeggiata dura all’incirca 40 minuti. Se la voglia di esplorare e raggiungere nuove mete ci assale, possiamo spostarci in auto e allungare i tempi dedicati al benessere.

Paseggiare fa bene al corpo e all’anima!

La respiarazione e la mente libera dai pensieri sono l’elemento principale da portera con noi, oltre ovviamente ad un paio di scarpe comode e abbigliamento a strati.

Chi può venire con noi?

Insieme a noi possono venire tutte le donne, di ogni età.

Non trovare scuse perchè ognuna andrà al passo che riesce a sostenere, c’è sempre qualcuna che comminerà accanto a te!

Senza esitare, ti stiamo già aspettando!

Chiamaci!

passeggiate del benessere