Dal Report Triennio (2015-2018) del Centro Anti Violenza dell’ambito S2 gestito dall’Associazione Frida contro la violenza di genere-sede di Cava de’ Tirreni di cui sono la vice presidente nei tre anni di attività svolte sul territorio cavese ha preso in carico 72 donne, ma ha risposto alle richieste, anche solo telefoniche, di circa 98 donne. In quest’anno siamo a 9 casi solamente e per fortuna.

Viola

Questo articolo nasce dall’ispirazione che mi ha dato una donna che chiamerò Viola, che fa parte del gruppo di auto e mutuo aiuto che conduco presso il Centro Anti Violenza.

Viola è una donna vulcanica diciamo molto espressiva e coinvolgente. Ogni qualvolta nei suoi lunghi discorsi concitati tirava fuori quelle parole americane un po’ strane per il suo background culturale rimanevo colpita dal senso, dal significato che voleva trasmettere con quella terminologia e allora poi basta era quello “no contact” e basta non c’erano altri modi per dire “perché così è dottorè!” e il discorso si chiude.

Viola è una donna con una lunga storia di sofferenza e di manipolazione psicologica che ora dopo diversi anni dalla presa in carico si documenta, chiede aiuto e supporto e cerca nuovi legami per ampliare il suo giro di amicizie.

Margherita

In verità non è stata la prima volta che mi sono trovata nella condizione di scoprire un gergo, sicuramente tecnico, forse sei o sette anni fa, e l’allora adolescente che chiamerò Margherita mi chiese “dottoressa ma io ho la dipendenza affettiva?” ed essendo in terapia ho dovuto indagare per capire cosa intendesse per dipendenza affettiva perché avevo necessità di comprendere in quale nosografia patologica si stesse inquadrando.

L’era digitale

Oggi però, con l’era digitale, attraverso i media, la cultura è alla portata di mano, si ascolta qualsiasi notizia, opinione, documentario, servizio televisivo di bassa o alta qualità e più che mai oggi, quando una persona ha un problema si autodiagnostica con Google, si associa a delle minoranze, segue correnti culturali in maniera “random” casuale, anzi altro che random! Segue in modo statisticamente determinato dall’intelligenza artificiale dei media. Noi siamo influenzati dal social web marketing in tutto quello che vogliamo conoscere e comprendere, perché, diciamoci la verità, scagli la prima pietra chi non “googola” su internet per capire qualcosa, specie se questa qual cosa è una qual cosa spiacevole e di cui non parla facilmente con altri. Ma chi ci dice che quello che leggiamo, vediamo, ascoltiamo sul web è qualcosa di fondato? Ma poi a parte la fondatezza del dato, che molto spesso viene trascurata: nel campo del disagio personale e della salute mentale, chi è in difficoltà cerca conforto e rispecchiamento. Questo effetto/affetto del trovare una risposta diventa un/il sollievo per una persona, il soggetto in difficoltà passa da un non senso ad una rispondenza di qualcosa.

Ritornando a questi termini, “etichette”, tipicamente americani e molto spesso intraducibili, alla fine devo comprenderli per forza perché i miei pazienti parlano così.

Viola parla di “manipolazione” di “no contact”, Margherita di “dipendenza affettiva” e io comincio a capire che quello che avviene nel luogo della cura reale, tra le quattro mura dove io “vis a vis” in carne ed ossa interagisco con il paziente, non è l’unica terapia attiva su quel paziente, ma si aggiungono teorie altre, tecniche altre, gerghi altri, provenienti da altre persone, influencer, personal trainer, e includerei anche da tutti quelli che si sentono un po’ psicologi senza esserlo.

Nel mondo dello spettacolo

È bene fare un po’ di chiarezza sulla dinamica della dipendenza psicologica. In questo periodo la vicenda più seguita è quella della famosissima showgirl Pamela Prati che da protagonista di un matrimonio da favola si è trasformata in vittima di manipolazioni psicologiche insidiose e devastanti, nel caso della Prati il carnefice probabilmente non è un uomo ma la forza della manipolazione in realtà non ha un genere maschile o femminile certamente ha un fine che è sempre lo stesso: Il controllo totale della vita della vittima.

Ma come avviene questa messa in dipendenza?

La dipendenza affettiva può essere un disturbo di personalità con una caratteristica significativamente stabile nel tempo e si manifesta sin dalla tarda adolescenza attraverso un modello di comportamento che si discosta marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell’individuo, stabile nel tempo e che determina disagio o menomazione. Il comportamento dipendente e sottomesso è finalizzato a suscitare protezione e nasce da una percezione di sé come incapace di funzionare adeguatamente senza l’aiuto degli altri. Un individuo con disturbo di personalità dipendente tende ad essere passivo e permettere agli altri di prendere decisioni per la maggior parte dei settori della propria vita. Gli adulti di questo tipo dipendono da un genitore o dal coniuge, gli adolescenti possono permettere ai propri genitori di decidere cosa indossare, chi frequentare, come trascorrere il tempo libero, che tipo di lavoro intraprendere. Questo tipo di personalità ben si sposa con una relazione con un altro disturbo di personalità che al contrario tende ad essere dominante, a svalutare gli altri e a mancare di empatia nei confronti dei sentimenti e delle emozioni altrui, come quello del narcisista. Un’accoppiata perfetta per soddisfare il bisogno di accudimento di uno e quello di grandezza dell’altro.

Quando si cade nella trappola

Ben diversa è la condizione che si verifica quando una persona mediamente normale incappa in un narcisista o in un sociopatico manipolatore che da una condizione di libertà e di autodeterminazione si ritrova invischiata e imbrigliata in una condizione di sudditanza psicologica e di estrema vulnerabilità.

Affinché si dispieghi una situazione di dipendenza c’è bisogno che sussista uno squilibrio di potere tra due persone e se un manipolatore ha “puntato” una determinata persona può anche mettere in atto strategie lunghe di messa in dipendenza affinché una persona più o meno equilibrata cada in una condizione di dipendenza e sopraffazione.

Nel processo di messa in dipendenza senza ricorso alla violenza, la manipolazione psicologica è lo strumento principale: basta pensare al rapporto genitore-figlio che fisiologicamente decade al momento in cui interviene l’autonomia. Un modo per avere le risorse è creare una situazione di dipendenza attraverso l’induzione della percezione dell’incapacità: praticamente poggiare sull’insicurezza e approfondirla in modo che la persona pensi che le sue competenze siano sostituibili, di poco autentico valore. Basta non riconoscere le capacità della persona, mettere in risalto gli errori commessi, usare la svalutazione appena possibile, perché si possa formare nel tempo la percezione di non essere all’altezza del suo ruolo. Il meccanismo della messa in dipendenza può presentarsi in ogni situazione sociale in cui emerge un conflitto e in cui vi sia un differenziale di potere tra le posizioni (datore di lavoro e impiegato), ma il terreno fertile è l’ambito delle relazioni intime e dei rapporti familiari.

L’antefatto della violenza nel rapporto di coppia è la messa in dipendenza e funzionalizzazione delle risorse del lavoro di cura familiare nel processo.

Il lavoro di cura della donna di casa è l’antagonista principale della cura di sé, dell’autonomia e dell’autodeterminazione perché esso è: fare per gli altri è come fare per sé, attendere il giudizio degli altri per valutare il proprio operato, non riconoscere stanchezza e noia, restringere i propri spazi e bisogni. L’attenzione della donna è focalizzata sul benessere della famiglia e riduce la sensibilità a prendersi cura di sé.

Il Disturbo post-traumatico da stress

Lo studio degli eventi traumatici e delle loro tipologie ha contribuito a fare chiarezza sulla differenza che intercorre tra un trauma naturale, un evento, una catastrofe e i traumi conseguenti alle relazioni affettive. Stiamo parlando del Disturbo post-traumatico da stress (PTSD) osservato da Herman (J. Herman, Trauma and recovery, basic Books, new York, 1992) sugli ostaggi, i prigionieri di guerra e i sopravvissuti dei campi di concentramento e di alcune sette religiose. Il prigioniero presenta sintomi precisi di cui farò brevemente cenno, questi sono: alterazione nella regolazione degli affetti 8disforia, idee suicidarie, autolesionismo), dello stato di coscienza (amnesia, dissociazione, depersonalizzazione e derealizzazione), della percezione di sé (senso di vergogna, colpa, impotenza, paralisi dell’iniziativa, credenza che nessuno possa comprendere, sensazione di essere completamente diversi dagli altri), della percezione dell’abusante (preoccupazione della relazione con l’abusante pensieri di vendetta, attribuzione irrealistica di potere assoluto dell’abusante, idealizzazione o gratitudine paradossale, convinzione di avere con l’abusante una relazione speciale), nei rapporti con gli altri (isolamento e ritiro, ricerca continua di un salvatore, fallimenti ripetuti e incapacità di auto proteggersi)e alterazioni nel sistema dei significati (perdita di fiducia, impotenza, disperazione).

La restrizione di libertà

Una persona vittima di un sequestro o in condizione di restrizione di libertà, può manifestare sentimenti positivi (anche fino all’innamoramento) nei confronti del proprio rapitore/sequestratore (T. Strentz, “the Stockholm syndrome: Law Enforcement Policy and Ego Defences of the Hostage), FBI Law Enforcement Bull., 48,1979, pp.2-12). È una risposta emotiva al trauma, uno stato psicologico nel quale le vittime cominciano a provare un legame emotivo con coloro che abusano di loro e le mantengono in situazioni oppressive (traumatic bond). Molte volte le donne e madri vittime di violenza domestica, infatti, sono convinte di dover stare con il carnefice al fine di proteggere i figli e i parenti dalla violenza e si isola dalla famiglia, dal lavoro e dagli amici.

L’isolamento

L’isolamento è il punto chiave nel metodo di chi abusa. La ricerca su questo tema del legame con l’aguzzino ha mostrato come l’impulso naturale, quando si è in pericolo, è di cercare conforto dalla persona più vicina, anche se questa persona è la stessa fonte della paura. L’abusante è umanizzato, oggetto di cure e di compassione e la vittima adottando il sistema di credenze dell’abusante crede di essere incapace e si auto svaluta normalizzando e accettando il comportamento dell’abusante.

La Walker sostiene che le cause della tolleranza della privazione della libertà e della violenza (L. Walker, “The battered Woman Syndrome is a Psychological Conseguence of Abuse” in Current Controversies on Familt Violence, Sage, thousand Oaks, 1994) sono rintracciabili nella persistenza della speranza che il partner cambi, nelle dipendenza economica, nella paura di rimanere da sola, nella paura delle minacce, perdita di autostima e depressione.

La tattica del lavaggio del cervello (brainwashing)

Anche il brainwashing è stato studiato nelle condizioni traumatiche della guerra e precisamente sui prigionieri di guerra americani in Corea, ma anche gli studi sul mobbing lavorativo e delle sette religiose portano alle stesse conclusioni: per controllare una vittima e tenerla alla restrizione e all’isolamento il contollo fisico non è mai realizzabile senza la collaborazione del prigioniero. Affinché il prigioniero collabori si applica l’abuso psicologico per paralizzare la vittima la si priva della sua autostima, della capacità di pensare razionalmente della fiducia in se stessa e dell’autonomia e indipendenza con isolamento, la monopolizzazione dell’esperienza, l’induzione all’esaurimento intensificando gli stressor, attacchi improvvisi e imprevedibili, con minacce occasionali indulgenze per formare motivazione positiva alla conformità delle regole dimostrazione di onnipotenza e onniscienza, degradazione e svilimento, esecuzione di compiti banali (Biderman’s Chart, A. Biderman, “Comunist Attempts to Elicit False Confession from Air Force Prisoners of War”, Bulletin of New York Academy of Medicine, September, 1957). L’abuso è perpetrato per una precisa modalità: mantenere potere e controllo.

Una forma specifica del processo del lavaggio del cervello: la manipolazione (gaslighting)

Con un comportamento altamente manipolatorio messo in atto da una persona abusante la vittima finisce di dubitare di sé stessa e dei suoi giudizi di realtà, comincia ad andare in confusione e crede di stare impazzendo. Il termine deriva da un’opera teatrale del 1938 Gaslight (inizialmente nota come Angel Street negli Stati Uniti), e dagli adattamenti cinematografici del 1940 e 1944 (conosciuto in Italia come Angoscia) un marito che cerca di portare la moglie alla pazzia manipolando piccoli elementi dell’ambiente, e insistendo che la moglie si sbaglia o si ricorda male quando nota questi cambiamenti, in Angoscia Ingrid a Bergman si documentò approfonditamente; andò in un istituto di igiene mentale e studiò a lungo una paziente, per carpire ogni singola espressione del viso e degli occhi in particolare.

Martha Stout (M.Stout, The Sociophatic next Door: The Ruthless versus the Rest of Us, Random Hause, new York, 2005) afferma che i sociopatici utilizzano spesso queste tattiche di gaslighting e sono spesso convincenti e bugiardi che negano costantemente il loro comportamenti illeciti o penalmente rilevanti, accusa il partner di aver fatto qualcosa di sbagliato. La vittima inizialmente non crede a quello che sta accadendo, poi comincia a difendersi con rabbia e a sostenere la sua posizione, poi si convince che il manipolatore ha ragione e cade in depressione.

L’effetto della Violenza Psicologica

Dai casi affrontati molto spesso la vittima di questo tipo di violenza, nelle sue narrazioni finisce col non essere più in grado di definire tutti gli aspetti di questa violenza, dall’analisi delle storie può anche venir fuori una violenza solo percepita e non reale, o un malessere psichico, originato altrove, che ha alterato i fatti della realtà. È possibile che accada ma sono casi molto limitati, in genere succede l’inverso: dalla violenza tollerata si passa a gravi disturbi psichici, per i quali poi si perde la possibilità della vittima di ricostruire i nessi eziologici del suo malessere con la violenza subita.

Il trattamento di una vittima di violenza consiste nella riparazione dei danni provocati da un evento esterno anche se una malattia psichica si evidenzia come conseguenza della violenza, questa è strettamente connessa alla vicenda traumatica. Il trattamento è incentrato prevalentemente sul trauma sul riconoscimento e la ricostruzione della storia, sulle conseguenze in termini di riduzione delle risorse personali e di peggioramento della qualità di vita. Gli obiettivi della riparazione sociale 8il sostegno alla vittima9, della riparazione giudiziaria (accertamento dei fatti e risarcimento sociale ed economico), sono gli stessi della riparazione psicologica e quindi la reintegrazione della vittima nel possesso delle sue piene capacità contrattuali, relazionali ed emozionali.

M. A. Cerrato